Strategie concrete di cambiamento
Strategie concrete di cambiamento nelle PMI
Due cose che conviene avere chiare
Per una volta andiamo dritti al punto: ma cosa deve fare chi ha deciso che vuole cambiare qualcosa in azienda, è consapevole del fatto che non può stare fermo, e che il tempo per l’analisi è finito, e bisogna agire?
Ho trovato un’immagine che lo spiega bene: ci sono due vignette
- nella prima c’è un elenco di strumenti
- nella seconda un invito a farsi aiutare
Iniziamo dalla prima.
Chi vuole cambiare decide cosa non è disposto a fare.
“Come” fare le cose non è difficilissimo da capire, alla fine. Le tecniche, soprattutto per le situazioni più diffuse, sono note, collaudate, con poche sorprese.
Le competenze per utilizzarle sono sul mercato, e per chi vuole provare da sè ci sono spazi di formazione/autoformazione che spesso aiutano a fare almeno il primo passo senza fare troppi danni.
La parte più difficile è capire “cosa” fare, e cioé dove utilizzare quelle tecniche, su quali aspetti del lavoro, dell’organizzazione. In particolare, la parte più difficile di tutte è capire cosa NON provare a fare, perché sotto sotto, anche se convinti che sarebbe bello buono giusto e utile farlo, le resistenze personali sono troppo forti.
In quel caso la prima regola è che non si fa nemmeno un passo su una strada che non ha biforcazioni e conduce a un passaggio che non siamo disposti ad attraversare. Nemmeno un passo. A costo di star fermi e pensarci ancora. Piuttosto si verifica se esistano percorsi alternativi per portare a casa un risultato parziale, un cambiamento piccolo ma sostanziale, consolidarlo e ripartire da lì con una nuova analisi.
A questa competenza non sarebbe nemmeno tanto difficile accedere, di per sè, ma la difficoltà spesso non è di natura tecnica: spesso manca lucidità per il coinvolgimento emotivo. E quindi si brancola un po’ nel buio, si gira in tondo, si parte e ci si ferma e si torna indietro, solo perché fermi non si può stare, e contemporaneamente non si riesce a procedere.
Un po’ alla Aldo: “non posso nè scendere, nè salire”.
Meglio, molto meglio pensarci prima, quando si è ancora fermi. E partire solo a idee chiarite.
La seconda regola è anch’essa semplicissima, in sè.
Chi vuole cambiare accetta cosa non è in grado di fare.
Gli dei della mitologia greca distruggevano gli umani che li sfidavano, arrogandosi il diritto di compiere imprese riservate agli abitanti dell’Olimpo, perché non perdonavano la tracotanza. La vita delle organizzazioni è molto meno epica di così: se chi guida il cambiamento non ha le competenze per mettere a fuoco e mettere a terra non scendono fulmini dalle nuvole a incenerire nessuno, semplicemente l’azienda continua ad affrontare un contesto in evoluzione con un’organizzazione non (più) adeguata. E affoga, prima un po’ alla volta, poi tutto insieme.
Chi ha la responsabilità di occuparsi della sostenibilità del business nel tempo (un mio antico mentore mi diceva, con parole figlie di un’epoca più romantica, “lo scopo di un’azienda è rendersi eterna”) non può concedersi il lusso di piegare quel che occorre fare a quello che si può fare in modo confortevole, perché già fatto in passato, perché facilmente assorbibile da dinamiche di gruppo e singole persone.
Se sei il titolare e ti accorgi che tutto questo, insieme, per te è troppo, l’errore non è chiamare qualcuno ad aiutarti, è non renderti conto di come farti aiutare sia la tua responsabilità principale, e che venendo meno a questa tradisci la tua stessa fatica, i sacrifici fatti, e le fatiche di anni, personali e familiari.
Possono aiutarti:
- i tuoi pari, sia nell’organizzazione che fuori (e qui il network vero fa la differenza: non gli amici del padel, ma persone di provata competenza e visione, che conoscono il sapore del calice che devi bere, e sono disposte ad ascoltare, a suggerire, a supportare)
- i tuoi collaboratori, a ogni livello. Ma bisogna saperlo suscitare, quell’aiuto. Chiederlo, di solito, funziona poco, soprattutto se non ci sono precedenti, e il racconto prevalente è quello dell’uomo solo al comando, impermeabile agli input esterni, men che meno dal basso
- i tuoi clienti: una delle frasi che ripeto più spesso alle PMI che vogliono crescere è “sceglietevi i clienti giusti”. Quelli che non cercano lo sconto, quelli esigenti, che ti fanno crescere, che ti obbligano a formarti, a rompere lo status quo, che ti trascinano controvoglia, a volte, in posti dove proprio non avresti voglia di andare, o che ti sembra siano per te superflui, o addirittura nocivi. Quelli che non ti lasciano alibi: se vuoi lavorare con loro, devi abbandonare i tuoi modi di ieri, e accettare che da domani le richieste saranno più sfidanti, e le promesse più difficili da mantenere. Questi clienti ti fanno crescere più di qualsiasi altro singolo agente del contesto che agisca da solo.
- i tuoi fornitori. Soprattutto se abituati a lavorare per quei clienti di cui abbiamo appena parlato. Soprattutto se loro sono stati, fino a non molto tempo fa, nella tua condizione, hanno abbracciato un percorso di crescita e sono un po’ davanti a te nello stesso cammino. Se lo fanno loro, che spesso non sono nè più grandi, nè più strutturati, lo puoi fare anche tu
- i tuoi consulenti. Essendo parte in causa, non ci spendo più di tanto. Se sbagli qui, ti fai male. Se non sbagli qui, puoi davvero svoltare. Là fuori ci sono storie di entrambi i tipi, esci e ascoltale. E poi decidi.
Se guardi l’immagine c’è tutto:
- le tecniche, gli approcci disponibili, che richiedono chiarezza di visione, focus, e capacità di decisione e coerenza
- il fattore umano, il peso delle competenze mancanti, il potenziale dirompente già a disposizione con quello che hai, dove sei, da domani.
Ascolta chi ti parla di cambiamento.
Se non parla di questo, se non parte da qui, allaccia le cinture.
Strette.

Cambiare o non cambiare, questo è il dilemma.
Ma l’essere non è e il non essere è.
Dunque: non cambiare delenda est.
Io non ho mai provato Urrà
Io mi scontro spesso con gli imprenditori che mi chiamano perché hanno bisogno del cambiamento.
Poi se gli faccio vedere una paginetta con su scritto cosa ho capito nel brief, cosa mi piacerebbe guardare e quali leve userei per migliorare/cambiare/crescere (salvo fare un checkup completo iniziale perché non è che posso dare la soluzione a un problema che non conosco, se non in un brief di mezza pagina) e – alla fine – se gli mostro quali parametri metterei in un cruscotto per monitorare il flusso, la risposta è
1) La strategia la faccio io, tu devi fare execution
2) Quando mi si parla di cruscotto metto mano alla pistola
3) Ti pago 100% a risultato
E mi monta una carogna che non ti dico (e non lo scrivo su LK)
Hai detto la parola magica, @pietro: assessment.
Quelli che dici tu non pagano per l’assessment. Non serve, già sanno.
En passant: a me sta benone se mi paghi a risultato, il problema è che ti costa MOOOOLTO di più, perché lo si aggancia al valore creato. Economico, misurabile.
L’idea che porto a casa da questo articolo è semplice ma potente: il cambiamento non è solo una questione di strumenti, bensì di scelte consapevoli. Prima di decidere cosa fare, è necessario avere il coraggio di capire cosa non si vuole più rimandare e, allo stesso tempo, riconoscere quando è il momento di farsi aiutare. È proprio questa consapevolezza che trasforma un cambiamento teorico in un cambiamento concreto.
Per poterti muovere dalla stasi devi iniziare con due negazioni. Nette.
È controintuitivo.
Mi sono soffermata soprattutto sul “cosa non fare” che è proprio quello su cui caschiamo in genere.
Sappiamo che non funziona ma lo facciamo lo stesso: auto sabotaggio.
Che contraddice il buon Socrate quando diceva che si commette il male solo per ignoranza del bene.
Socrate ci sovrastimava