IL CAPPON MAGRO, O “DEL POSIZIONAMENTO”
Partiamo da un presupposto: non importa quanto sia potente la concorrenza, o dominante la sua posizione combinata, non esiste mercato in cui un newcomer non possa ritagliarsi una nicchia di fatturato, se opera delle scelte razionali e coerenti con quello che può fornire per creare valore a chi, su quel mercato, acquista beni o servizi.
Il punto è che quel fatturato potrebbe non essere associato a un utile finale soddisfacente, perché i costi sostenuti per “adattare” l’offerta a quella nicchia potrebbero non essere remunerabili. Per cui meglio è restare nel mercato attuale, e dimenticarsi avventurose escursioni fuori dal terreno noto e presidiato.
E fin qui, nulla di particolarmente nuovo; se non fosse che molte piccole organizzazioni vedono il “terreno noto e presidiato” trasformarsi lentamente nella Death Valley, e dove una volta scorrevano latte, miele e bonus di fine anno ora restano alcuni cactus con un cartello “PROSSIMA APERTURA GIGAFACTORY”, o “IL GOVERNO STUDIA INCENTIVI”, e delle balle di fieno che rotolano sotto il sole di mezzogiorno.
C’è un altro modo, e lo conosciamo da secoli. Lo hanno inventato a Genova, che di “low-intensity niche deployment” ne capiscono a mucchi.
Il “cappon magro”, storicamente, è un piatto povero, che nasce dal riutilizzo degli avanzi delle tavole dei ricchi, nobili, borghesi della città, o delle mense ufficiali navali. I servitori della casa o i marinai sottocoperta aggiungevano a quanto ritornava in cucina delle parti di pescato, invenduto o avanzato per piccola taglia, o semplicemente disponibile a costo basso o nullo, e creavano con delle verdure un piatto unico, una specie di insalata sempre diversa che veniva consumata al volo, sulle scale, in piedi, o sui moli del porto.
Con gli anni, il cappon magro ha acquisito una dignità “gourmet”, trovando la sua dignitosa collocazione su tavole prestigiose e menu stellati, e rappresenta oggi una voce fissa della proposta natalizia genovese.
Se un mercato rifiuta un prodotto tradizionale lascia sempre spazio per chi sa riconvertirlo, con le opportune modifiche di sostanza e forma, in un’alternativa che contenga una nuova proposta di valore, ben costruita e ben raccontata. Serve della materia prima di qualità, certo, serve l’esperienza che sa come assemblarla in modi alternativi, serve la creatività che intuisce – perché attenzione, è questo il punto fondamentale – che il nuovo piatto può incontrare una domanda nuova, più nobile e redditizia, e serve chi sia capace di proporre questa visione perché arrivi nella vetrina giusta, col prezzo adatto.
Ah, e serve qualcuno che sappia che una cosa che tu sei abituato a mangiare sulle scale maleodoranti del porto c’è gente disposta a pagarla 50 volte tanto. Perché, se non lo sai, continuerai a mangiarla solo tu.

Lo sapevi, a proposito di “piatti nuovi”, che un noto chef nostrano si è inventato un piatto col muschio?
Per non restare indietro, un suo collega estero nei suoi piatti mette la cenere della buccia delle cipolle!
La questione è un tantino più complessa nel piano giuridico, ma bisogna imparare a vedere oltre il “barocco” del secolo scorso!
La ricetta del cappon magro (confesso) me la sono andata a cercare …
As usually, riflessione molto interessante che merita un’approfondimento.
A prima valutazione, condivido che la chiave possa essere la riconversione (dei prodotti o delle idee) per proporre una nuova visione o comunque un punto di vista diverso da cui scorgere un valore “celato” (quanto meno, ai più).
Poi “tra il dire e il fare c’è di mezzo … e il ” (cit.) e quindi la difficoltà maggiore è proprio cambiare il punto di vista, perchè … non basta cambiare gli occhiali, ma occorre cambiare la testa. Concordo comunque che la strada sia quella.
Tanto più che è la testa quella che a un certo punto decide di cambiare gli occhiali…
La pietra scartata è diventata testata d’angolo, eh?
Oggi sei quasi evengelico.
Mi pare sia un “topos”, quello dell’underdog: la rinascita del non adatto, la rivincita sul giudizio affrettato o maligno.
Da Capitan America a Walter White, da Conan (quello di Miyazaki, non quello dello degli steroidi) a Totò Schillaci…
Il “cappon magro” dimostra come la creatività e la capacità di vedere valore anche nelle risorse più umili possano generare innovazione e successo. Mi sembra una metafora perfetta anche della mia evoluzione: professione: ciò che nasce come pratica marginale, se valorizzato con competenza e visione, può diventare un’eccellenza riconosciuta.
A questo punto però ci starebbe benissimo un raccontino… 😏