LA SCRITTURA E LA PIGRIZIA NELLA CONSULENZA
Molti si lamentano che “gli esperti”, e chi si occupa di consulenza in teoria cade in questa categoria, si riempiono la bocca (e le slide) di paroloni, perdono il contatto con la realtà, giocano a non farsi capire per mantenere distacco e vantaggio.
Sarà capitato anche a voi di appartenere all’una o all’altra di queste due tribù:
- quelli che scrivono di un tema specifico, concedendosi una certa complicazione lessicale, cercando di dipanarne leggermente la matassa e sbriciolare la pagnotta di quella conoscenza in una sequenza di frammenti precisi ma piccoli abbastanza da essere digeribili, semplificando senza tradire il senso, ricercando precisione e sintesi senza rinunciare al tentativo di mantenere la completezza.
- quelli che, leggendoli, si lamentano per delle scelte lessicali, invocando l’uso di un vocabolario comune, chiedendo di attingere dalla miniera condivisa di quelle diecimila parole che fanno la nostra vita insieme, evitando di “sfoggiare” termini ricercati o “pomposi”.
Ora, mi piace pensare che dipenda dall’obiettivo, che non si possa prendere una posizione senza esaminare la ragione che spinge a prendere su e iniziare ad allineare parole, la finalità dell’impresa.
Chi scrive per intrattenere di solito ricerca vicinanza emotiva, e quindi difficilmente compie a freddo scelte che impongano impegno, fatica, frustrazione. Chi lo fa per spiegare, insegnare, comunicare possibili varianti del sapere, invece, tende ad attenersi a una certa precisione, sapendo che molti degli equivoci e dei fraintendimenti nascono dall’uso di termini abbastanza ambigui e lassi da permettere agli interlocutori di averne definizioni diverse, con il fallimento della consulenza.
E se, per evitare questo, occorre smettere di carezzare il pelo del lettore e metterlo di fronte alla sua parte di fatica, così come prevista nel patto non detto tra chi dice e chi ascolta, che sia.
Come spiegava bene Faussone nella Chiave a stella, le parole devono aderire alle cose, combaciare, come parti metalliche bene accoppiate, perché questa è la loro natura e la loro funzione. E quindi a chi scrive tocca la fatica di cercare quelle utili, non quelle dilettevoli, e a chi legge quella di smettere di lagnarsi e di mettersi al lavoro dal suo lato, per scavare la sua parte di galleria, in modo che incontrandosi nel mezzo possano passare le idee.
Un’executive overview di valore non è una piccola collezione di carezze a un committente, un pranzo digeribile già tagliato a bocconcini in modo che possa essere assorbito senza difficoltà, digerito in fretta, senza bisogno di masticare troppo: a volte, per valere i soldi indicati in fattura, non deve nascondersi, ma esporsi, raccontare la realtà esaminata mettendone a nudo limiti e rischi, insidie e criticità. Nel farlo, la precisione non è più un vezzo ma una necessità, un requisito, una condizione necessaria per una percezione di autorevolezza: se si vuole essere rassicurati ci sono mille altri modi meno costosi, da certi storytelling a una coperta calda con un Chupa Chupa alla fragola.
Può essere che invece non mi segua il lettore, qui ed altrove, dove è questione di mandrini, di molecole, di cuscinetti a sfere e di capicorda; bene, non so che farci, mi scuso ma sinonimi non ce n’è. Se, come è probabile, ha accettato a suo tempo i libri di mare dell’Ottocento, avrà pure digerito i bompressi e i palischermi: dunque si faccia animo, lavori di fantasia o consulti un dizionario. Gli potrà venire utile, dato che viviamo in un mondo di molecole e di cuscinetti.
Proprio perché la scrittura professionale ha un obiettivo, la lettura professionale non può fare a meno del suo.
E per un obiettivo si fa un po’ di fatica: anche per questa di sinonimi, purtroppo, non ce ne sono.

Diceva Einstein: spiegate le cose nel modo più semplice possibile ma non più semplicemente di quanto possibile. Citazione a memoria.
Insomma no ad inutili complicazioni lessicali da ruota del pavone ma neppure buone sono le banalizzazioni per adeguarsi alla comprensione del committente. Nu poco ‘e fatica l’ha da fa’!
La fatica non dovrebbe essere fine a se stessa, ma costituire un investimento che paga dividendi evidenti, che il committente deve toccare con mano nel breve periodo. Fa’ fatica ora e ti garantisco che domani sarai contento (anche “gestionalmente” contento) di averla fatta.
A parte gli applausi, andiamo oltre, come lo preferisci il monumento?
Grazie, niente monumento. Ci sono troppi piccioni in giro, la combo non è gradevole.
Standing ovation 👏👏👏👏👏
Dopo il malefico “6 politico” (che non ha ancora finito di creare danni), il “tutto facile” e il “tutto subito” (conditi con la pretesa di felicità assoluta), leggere di sostanza e valore non ha prezzo!!
Post molto interessante, soprattutto per il modo in cui affronti il tema della “pigrizia” non come mancanza di voglia, ma come blocco più profondo.
Mi ha colpito perché, nel mio lavoro, vedo qualcosa di molto simile con il corpo: spesso non è pigrizia, ma un insieme di abitudini, tensioni e difficoltà accumulate nel tempo che portano a fermarsi.
E proprio come nella scrittura, anche nel movimento il punto non è “forzarsi”, ma trovare un modo sostenibile per ripartire.
Quando si cambia approccio, cambiano anche i risultati.
Mi piace molto l’analogia, che trovo pertinente.
Massimo è vero che nella consulenza la precisione lessicale non è un vezzo, ma spesso l’unico modo per evitare ambiguità che, nel concreto, costano tempo e denaro. L’idea mi trova concorde quando si parla di concetti tecnici, semplificare troppo può significare falsare.
A volte però non tutta la difficoltà è “fatica necessaria”. Mi riferisco al il
tema dell’accessibilità.
L’accessibilità non significa banalizzare, ma rendere comprensibili contenuti complessi senza tradirli. Se è vero che il lettore deve fare la sua parte, è altrettanto vero che chi scrive ha la responsabilità di costruire un linguaggio e una struttura che facilitino l’accesso alle idee.
Rispondo con una piccola provocazione: perché devono facilitarlo?
L’accesso alle idee dev’essere possibile, dev’essere supportato dal consulente, dev’essere compatibile con le risorse cognitive ed elaborative del committente. Compatibile con le risorse potenziali, intendo, non necessariamente con il suo “stato attuale”. Se il linguaggio non è immediatamente comprensibile questo può essere un valido trigger che fa emergere la consapevolezza della necessità di un lavoro specifico per acquisire strumenti per comprendere quel linguaggio, scelto forse anche per rendere evidente il gap tra il lessico di un settore (es. quello che parleranno i clienti per cui il committente si sta allenando per relazionarsi) e la padronanza attuale di chi quel settore vuole esplorare.